‘Paolo Icaro, 1967-1977’, allestita nello spazio di P420 a cura di Lara Conte, attraverso una serie di sculture e disegni realizzati nel periodo in esame, mette in luce come Icaro inizi, proprio nel 1967, una nuova investigazione sulla scultura che ha al centro della propria ricerca lo spazio e la misura del corpo. E’ proprio nel ’67 che nascono le Forme di spazio, battezzate subito dopo ironicamente Gabbie, strutture in profilati metallici le cui misure sono in relazione a quelle del corpo dell’artista e dell’ambiente. Con le Gabbie la scultura passa dall’occupare lo spazio a farsi essa
stessa luogo, origine di spazio.
Pur risiedendo a New York fino al 1968, Icaro mantiene stretti contatti con l’ambiente artistico italiano, che lo vede partecipe delle principali mostre del momento
come ‘Arte Povera Im-Spazio’ (Genova, Galleria La Bertesca, 1967) e ‘Arte Povera più azioni povere’ (Amalfi, 1968). Partecipa inoltre a fondamentali manifestazioni
internazionali del periodo come ‘Op Losse Schroeven’ presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam (1969) e ‘When Attitudes Become Form’, curata da Harald Szeemann presso la Kunsthalle di Berna (1969).
Il percorso della mostra si apre con Purple Chair (1967), in cui lo spazio da dimensione aperta e di transito diventa forma di spazio individuale. Come nota Lara Conte,
‘le Gabbie di Icaro vanno oltre il rigore, la coerenza del riduzionismo plastico minimalista. Infatti, benché Icaro avverta che la ricerca minimalista “si completa
entro le proprie premesse”, non si sente esonerato dal portarvi il proprio contributo critico, mediterraneo. E lo fa mettendo ironicamente in crisi quei procedimenti che
tendono a rinchiudere la sintassi entro una propria perfezione e sistematicità, “dove nulla è da scoprire, intuire o sentire”. Icaro esplora lo spazio: uno spazio da esperire
col corpo, da misurare in senso fisico e mentale, da ricercare nel divenire del tempo.
Uno spazio da raccontare, dove progetto e accidentalità, sacrale intimità e sottile ironia si fondono. Attuando una radicale messa in crisi della forma, Icaro giunge
all’esplorazione di quel processo del fare che sintetizza nell’azione continua del Faredisfarerifarevedere’.
In mostra, questa ricerca del fare è raccontata attraverso un percorso che riunisce la Chain d (1967), Quadrato libero (1968), le Misure a parete (Polare, 1972; Misura mano sinistra, punti, 1974) e alle 18 Misure in gesso installate all’interno di uno spazio-vetrina che intende rievocare e ripensare la mostra Windows-Shows tenutasi a
Finale Ligure nel 1974.

Paolo Icaro, 1967-1977, exhibited in the p420 space and curated by Lara Conte, through a series of sculptures and drawings from the period in question highlights
how Icaro began, in 1967, a new investigation into sculpture that focused on research into the space and measurement of the body. And it was in ’67 that Forme di spazio (Forms of space) were born, ironically renamed Gabbie (Cages) straight afterwards, structures made of metal bars whose measurements were relative to those of the artist’s body and of the environment. With the Gabbie, sculpture moved on from occupying the space to becoming the place, the origin of the space.
During his time living in New York until 1968, Icaro kept in close contact with the Italian art scene and participated in the main exhibitions of the time such as Arte Povera Im-Spazio (Genoa, Galleria La Bertesca, 1967) and Arte Povera più azioni povere (Amalfi, 1968). Furthermore he took part in fundamental international events of the period such as Op Losse Schroeven at the Stedelijk Museum in Amsterdam (1969) and When Attitudes Become Form, curated by Harald Szeemann at the Kunsthalle in Bern (1969).
The exhibition opens with Purple Chair, in which the space of open dimensions and transit becomes the form of individual space. As Lara Conte noted, ‘Icaro’s Gabbie go beyond rigidity, the coherence of minimalist plastic reductionism.
In fact, although Icaro warns that minimalist research “is completed by its own premise”, he does not feel exempt from providing his own critical, Mediterranean contribution. And he does so by ironically throwing into crisis those procedures that tend to enclose the syntax between real perfection and regularity, “where nothing is to be discovered, read or felt”. Icaro explores space: a space to be experienced with the body, measured in a physical and mental dimension, to look for in the becoming of time. A space to describe, where design and accident, sacred
intimacy and subtle irony blend. Causing a radical crisis for form, Icaro reaches exploration of that process of doing that he sums up in the continuous action of
Faredisfarerifarevedere’.
On exhibition, this research into doing is shown through a display that unites Chain d (1967), Quadrato libero (1968), the wall-mounted Misure (Polare, 1972; Misura mano sinistra, punti, 1974) and the 18 plaster Misure installed within a window space, that intends to recall and rethink the Window-Show exhibition held in Finale Ligure in 1974.

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