Davanti alle continue stragi a largo di Lampedusa, governo e Parlamento tornano ad interrogarsi sulle attuali politiche per l’immigrazione e sul futuro di un fenomeno che esiste e continuerà ad esistere a prescindere dalla loro volontà. Un dibattito spinto dall’onda dell’emergenza che ha bisogno di esempi e buone pratiche da studiare e adottare per la pianificazione dell’inclusione dei migranti nel tessuto sociale italiano.
Un contributo arriva dalla Puglia, più precisamente dalla provincia di Foggia, direttamente dagli attori principali del fenomeno in questione.
Un gruppo di migranti sta portando avanti la propria personale lotta, con la consapevolezza del valore generale del proprio lavoro. A politica e istituzioni fanno una sola richiesta: fornire gli strumenti necessari per la propria autodeterminazione.

“LA BELLEVILLE” è un documentario, racconta la genesi di questo modello, i suoi autori. I protagonisti sono le persone che lottano contro un sistema illegale, per restituire la possibilità di scegliere a chi ha dimenticato di averne diritto.
"Quando sono partito per venire in Italia credevo di trovare la belleville e invece ho trovato una miseria che non avevo mai vissuto".
Lamine parla del Ghetto come se il tempo non fosse passato dal giorno del suo arrivo in Puglia dopo un viaggio attraverso Senegal, Libia e Mediterraneo. Lui è stato fortunato perché ci ha vissuto soltanto poche settimane, ma sono centinaia gli africani da anni prigionieri della bidonville nascosta nella campagna del Tavoliere tra Foggia e San Severo.
Il Ghetto sorge su una terra polverosa che con la pioggia e il freddo invernali si trasforma in un fango che avvolge corpi e immondizia, in un abbraccio più simile alla schiavitù che ad un semplice sistema di sfruttamento. Un pantano in cui la rete locale delle associazioni si perde tra buona fede e assistenzialismo.
Il Ghetto è un luogo di segregazione razziale governato da capi bianchi e capi neri, dove uomini, donne e bambini vivono arrangiati in baracche di cartone e legno. Un luogo dove tutto - dal giaciglio su cui si dorme, al piatto di carne e riso - ha un prezzo, pagato con la dignità prima ancora che con il denaro.
Mentre gli uomini lavorano nei campi per 3,5 euro l’ora, l'unica attività concessa alle donne è la prostituzione. Lontani dai centri urbani, schiavi della propria condizione, gli abitanti di questo luogo, durante i lunghi giorni di attesa per qualche ora di lavoro, trovano consolazione nell'alcol e nella droga di un mercato distribuito sulla lunga fila di baracche adibite a bordelli che animano le serate frequentate da visitatori di ogni nazionalità.
Per Lamine tutto ciò è solo un lontano ricordo e lo sarà anche per Nadine e Omar - lei camerunense, lui del Benin - prossimi a lasciare il Ghetto per raggiungerlo nel centro "Thomas Sankara". Questo è il nome scelto da Mbaye Ndiaye e suo nipote Hervè per l'albergo diffuso che hanno avuto in gestione dalla Regione Puglia, ente diviso - insieme alle altre istituzioni - tra lo sforzo nel dare un tetto ai lavoratori stranieri e la tolleranza verso i focolai delle moderne schiavitù che affollano la provincia della Capitanata. Insieme alla sua cooperativa "La Senegalese", - i cui soci sono gli stessi abitanti del "Thomas Sankara" - Mbaye ha come obiettivo l'emancipazione dei fratelli e delle sorelle africane. Anche grazie all'aiuto di alcune associazioni italiane, questo senegalese dal vissuto avventuroso ha avviato "Ghetto Out", progetto che prevede l'autocostruzione di moduli abitativi e l'autosostentamento alimentare attraverso la coltura di cereali, sui terreni inutilizzati accanto all'albergo diffuso. Bari ha dato il finanziamento, ora Mbaye, Hervè, Lamine, Omar, Nadine e tutti gli altri potranno iniziare a costruire la loro belleville.
Gruppo di lavoro.
Regia: Roberto Tenace
Autori: Francesco Bellizzi, Roberto Tenace
Montaggio: Riccardo Caruso, Elisabetta Falanga, Luigi Lombardi
Lavoro giornalistico: Francesco Bellizzi
Musiche originali: Luca ‘Toolie’ Tonolini
Comunicazione e promozione: Viviana Tiso

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