Ritratto
a project by Jacopo Jenna e Ramona Caia
with the collaboration of Carlo Cuppini

Ritratto (Portrait) is a two channels video installation.
5 vertical one minute loop videos are double visions of a body busy in the act of portraying.
Portray means to be an image or going away from the look of the observer. Portray is an iconographic and iconoclastic study, where the double image looks to concide and sometimes looks to be shifted in a different rhythm. A metronome marks the time lag.
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Ritratto è una videoinstallazione su due canali realizzata nel 2011 da Jacopo Jenna, danzatore e artista multimediale, e Ramona Caia, danzatrice e performer, con la collaborazione del poeta Carlo Cuppini. Su due schermi verticali scorrono in loop cinque video di un minuto ciascuno, visioni doppie di un corpo intento nell’atto del ritrarsi: ritrarsi come “tradursi in immagine”, ritrarsi come “sottrarsi alla vista”. Nello scarto tra le due accezioni del termine si sviluppa il senso di un’indagine iconografica e iconoclasta insieme, in cui la duplice immagine sembra a volte coincidere e a volte sfasarsi in direzioni e ritmi diversi. Un metronomo sottolinea l’idea di scarto come “intervallo”, indicando il luogo-tempo interstiziale che è proprio del ritrarsi.

NOTE SUL RITRARSI
Di Carlo Cuppini

Il ritrarsi – dalla superficie, verso il profondo, nell’intimo – pone di fronte al palesarsi: ritrarsi, è farsi ritratto.
Richiamo a sprofondare, cadere all’indietro, fuori dal fuoco della visione, ritrarsi dalla compagnia delle cose, restare con sé solo; e intanto trovarsi a diventare figura, che emerge, viene in superficie da lontananze inesplorate.

Corpo lascia scia di figura, in un tempo-superficie che non gli pertiene. Dallo spazio al piano. Dalla persona nella sua esistenza, al video nel suo formato verticale. Elementi incommensurabili.

La registrazione si insinua dove non dovrebbe, nel non afferrabile, come un paradosso; e apre una crepa che aumenta la divergenza tra opposti panorami:
camminare sul crinale di ciò che non è raffrontabile, sotto il cielo dell’impossibile, verso destinazione ignota.
Così si affonda mentre si affiora; dando conto di un movimento doppio che dilacera il tempo, il senso, e la sensazione.
Il corpo affonda nel tempo dello sguardo che tende all’immobilità; gli occhi rimandano fuori dal quadro un ultimo ancoraggio all’aura smarritasi tra le cose.
Contrassegni segreti dipinti sul volto, impercepibili, sono intenzioni di metamorfosi, affermazioni tese ad arginare la scomparsa.
Oppure alfabeti cuneiformi, un’intera grammatica preistorica che il corpo esprime da sé: la schiena ha la sua cifra sillabica, ritmo inciso di vertebre, punti, linee, legamenti.
Tra corpo-linguaggio e corpo-mistero; tra velocità e rallentamento; tra fuoco e fuori fuoco; tra apparizione e sparizione; tra ritrarsi e ritrarsi: un tempo che non appartiene a niente – non alla vita non all’immagine – e a nessuno.

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