"Gnessulógo" di Andrea Zanzotto

Tra tutta la gloriola
messa a disposizione
del succhiante e succhiellato verde
di radura tipicamente montelliana
circhi in ascese e discese e – come gale –
arboscelli di vitigni stradine là e qui
affastellate e poi sciorinate
in una soavissima impraticità – ah
ah veri sospiri appena accennati eppur più che completi
lietezza ma non troppa
come un vino assaggiato e lasciato – zich – a metà
dall’intenditore che subito via sgroppa
vaghezza ma certo intrecciata
di imbastiture e triangolazioni
di amplessi e poi amplessi boschivi
(è così che bosco e non-bosco in quieta pazzia tu coltivi)

Ed è così che ti senti nessunluogo, gnessulógo (avverbio)
mentre senza sottintesi
di niente in niente distilla se stesso (diverbio)
e invano perché gnessunlógo
mai a gnessunlógo è equivalente e
perché qui propriamente
c’è invito – a-luogo c’è catenina
di ricchezze e carenze qua e lì lì e là
– e chi vivrà vedrà –
invito non privo di divine moine
in cui ognuno dovrà trovarsi
come a mani (pampini) giunte inserito
e altrettanto disinserito
per potersi fare, in ultimo test di succhio
e di succhiello,
farsi yalina caccola, gocciolo di punto-di-vista
tipico dell’infinito quando è così umilmente irretito…

Gale, stradine, gloriole, primaverili virtù…
Annessa conversione a U
ovunque.

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